PARIGI – Istituto Italiano di Cultura

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‘L’Hôtel de Galliffet come sito di ricerca storica-mitologica’

a cura di Sergio Mario Illuminato


Tra le eleganti strade del VII arrondissement di Parigi, sorge l’Hôtel de Galliffet, un gioiello dell’architettura settecentesca ora sede dell’Istituto Italiano di Cultura. Questa sontuosa residenza ha accolto una lunga serie di personaggi di spicco della storia, da Napoleone a Madame de Staël, da Chateaubriand al poeta Arnault.
Nel giardino antistante, sotto il maestoso colonnato progettato dall’architetto italiano Luigi Moretti nel 1953, si erge un’installazione che cattura lo sguardo e l’immaginazione: una sequenza di dispositivi di pittura-scultura che scalfiscono il terreno. È un manifesto di libertà, un richiamo all’essenza atemporale dell’umanità̀ sulle idee di Jean-Jacques Rousseau.
In un’epoca segnata da conflitti e cambiamenti climatici irreversibili, la realtà̀ quotidiana sembra sbandata. Eppure, qui, tra i 41 bastoncini del Jonchets, o Sciangai, al centro del giardino- laboratorio, si trova un messaggio di speranza. Sfida e invita gli artisti a non arrendersi di fronte alla complessità̀ del mondo, ma ad affrontarla con coraggio e determinazione, tessendo futuro a futuro, sottraendo un bastoncino alla volta dalla matassa aggrovigliata.
Questo è un luogo dove l’arte contemporanea prende vita, dove le visioni degli incubi del ventunesimo secolo si fondono con illuminazioni di futuri alternativi. È un invito a riflettere, a guardare al di là delle apparenze, a cercare stimoli più̀ profondi nell’arte che ci circonda.
Il fulcro dell’installazione sono i sette Organismi Artistici Comunicanti (OCM)’, plasmati durante una residenza nell’exCarcere Pontificio di Velletri. Questi organismi prendono il nome dal loro carattere fluido e mutevole, incarnando un ‘Tessuto-Trama-Cosmicain costante evoluzione. In questi dispositivi, tutto è in uno stato di cambiamento: reazioni chimiche, fermentazioni, alterazioni cromatiche e degrado. Questo nome non solo sottolinea la natura dinamica dell’arte, ma rafforza l’idea che essa sia intrinsecamente legata alla vita stessa, utilizzando la materia prima della nostra esistenza in un processo interpretativo attivo e inclusivo che coinvolge artisti e spett-attori.
L’impatto dell’allestimento è quello di un sito di ricerca storica-mitologica e gli Organismi Artistici Comunicanti, caduti dal cielo con una presenza impassibile e solenne, evocano le ‘rovine’ della vita stessa – come descritto dal sociologo Georg Simmel. Frammenti di arte abbandonati, ‘capsule’ storiche di una bellezza e di una perfezione irrimediabilmente divenute effimere. Ma, scagliate da Prometeo, prima di essere incatenato, vogliono fungere ancora-una-volta da catalizzatori per ri– generare spazi più̀ profondi, simili a fuochi sotterranei, che ri-conducono alle profondità̀ dell’umanità̀ e, da lì, ri-versati nell’infinito del cielo.
Il pubblico, immerso nella flânerie, viene coinvolto in un’esperienza estetica-sensoriale completa come teorizzata da Maurice Merleau-Ponty. Guardare, annusare, toccare e ascoltare generano una sensazione di vuoto, creando una distanza rispetto alla routine quotidiana. Questo vuoto, paradossalmente, disegna la soglia della verità̀ nel silenzio, aprendo la strada a viaggi interiori che non seguono una direzione privilegiata ma si snodano in molteplici direzioni, esibendo la ricchezza della diversità̀ e delle esperienze umane.

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